
"Purity" di Pino Daeni

La favola e la diffusione di archetipi collettivi disadattivi.
Frammento.
("Biancaneve" - illustrazione)
...Sulla sinistra il sentiero tendeva a franare, piccoli sassi precipitavano nel ventre dell'aria senza che si potesse prevederne il percorso. Immaginare il disordine destabilizzava la cultura che mi aveva allattato, rinunciare alle coordinate sociali era affacciarsi sull'ignoto camminando a tentoni in un buio dove non c'era più una rassicurante semplificazione degli eventi ma un ricettacolo di oggetti di cui non ipotizzavo né la forma né l'uso e, come animali sconosciuti, non sapevo se, avvicinandomi, mi avrebbero accolta facendo le fusa o azzannandomi.
Guardandomi attorno con gli occhi aperti era inevitabile che vedessi infinite diversità, quantità di variabili che si allontanavano a distanze differenti dal semplice modello favolistico.Cominciando a cercarle trovai coppie desolatamente tristi che, sedute ai tavoli dei ristoranti, li riempivano di silenzi; donne dalle spalle curve con il viso ferito o coperto di ruggine, uomini al rimmel e diadi scomposte in unità con aureole di solitudine fosforescente sul capo.
Sentivo la paura scuotermi le braccia, mi sorpresi a tremare e trovai non troppo allettante la prospettiva di uscire, incontrare, vedere. Mi raggomitolai in una coperta mentre il freddo mi saliva allo stomaco: c'erano mani protese che mi chiamavano nell'abisso, all'estremità del sentiero, dove i sassi rotolavano, e io che desideravo tornare alla roccia, semplice e liscia, solida. Chiusi gli occhi più forte, scossi la testa per distrarre l'incertezza e mi stordii di fogli rosa fino a ritrovare Alice e io che, come lei, inseguivo l'amore nel paese che pretendevo, avesse delle meraviglie da regalare...