1. Assiderazione 2. Il drappello delle madri
Anche quando uniamo i palmi restiamo unità che scontrano l'epidermide senza speranza di unione. Se potessi guardare oltre la fronte vedresti una filigrana di parole attraversata per onde, sismi, infiltrazioni di colore, iperboli di immagini come piccoli terremoti. Il tuo significato radica modificando l'orografia del genoma, spostando l'asse dell'assiderazione.
Tu mi passi le nocche sulla pelle pensandola trasparente e ci incidi la tua percezione. Ma io sono zolla afona o suono che si compone.
Piccole bolle in-destinate alla fusione, ci baciamo nello scontro e poi torniamo a correre per aiuole.
La finitezza è un'esasperazione. Nei giorni del non accadere l'energia ti recensisce le mani e ne fai piccoli pani d'odio da tirare a quel tale che pascola specchiandosi in ogni fiore: idolo a se stesso, autoproclamazione.
Hai tentato una modulazione sull'attenzione ma il drappello delle madri l'ha lasciata sperperare nell'incavo della schiena. Camminano senza guardare nella tua direzione e così rimani a giocare con le parole. Raccogli un'arancia con cui bisbigliare. Disegni due occhi, un naso, una mezzaluna simil-sorriso e la premi forte fra le dita per ovviare all'emozione.
Loro insieme sono educate e tu alzi appena l'indice per farti notare, lasci biglietti sui tronchi che saranno beccati da corti spettinate di corvi e, se ti avvicini, stringono i fianchi a muraglia di carne dove non ci si può insinuare.
Hai la voce nuda: esce dalle labbra e muore su impermeabili di pelle, lontana dai lobi, si smorza in tiri mal assortiti sulle ginocchia, sulle scapole appuntite.
Così mangi biscotti come stelle anoressiche da cucire su ogni buco che rimbomba in assolo, una catasta di fori fra lo sterno e il cuore in cui la pioggia continua a cadere finché traborderà in onde malconce mentre stringi un'arancia e mimi una canzone.
Anche quando uniamo i palmi restiamo unità che scontrano l'epidermide senza speranza di unione. Se potessi guardare oltre la fronte vedresti una filigrana di parole attraversata per onde, sismi, infiltrazioni di colore, iperboli di immagini come piccoli terremoti. Il tuo significato radica modificando l'orografia del genoma, spostando l'asse dell'assiderazione.
Tu mi passi le nocche sulla pelle pensandola trasparente e ci incidi la tua percezione. Ma io sono zolla afona o suono che si compone.
Piccole bolle in-destinate alla fusione, ci baciamo nello scontro e poi torniamo a correre per aiuole.
La finitezza è un'esasperazione. Nei giorni del non accadere l'energia ti recensisce le mani e ne fai piccoli pani d'odio da tirare a quel tale che pascola specchiandosi in ogni fiore: idolo a se stesso, autoproclamazione.
Hai tentato una modulazione sull'attenzione ma il drappello delle madri l'ha lasciata sperperare nell'incavo della schiena. Camminano senza guardare nella tua direzione e così rimani a giocare con le parole. Raccogli un'arancia con cui bisbigliare. Disegni due occhi, un naso, una mezzaluna simil-sorriso e la premi forte fra le dita per ovviare all'emozione.
Loro insieme sono educate e tu alzi appena l'indice per farti notare, lasci biglietti sui tronchi che saranno beccati da corti spettinate di corvi e, se ti avvicini, stringono i fianchi a muraglia di carne dove non ci si può insinuare.
Hai la voce nuda: esce dalle labbra e muore su impermeabili di pelle, lontana dai lobi, si smorza in tiri mal assortiti sulle ginocchia, sulle scapole appuntite.
Così mangi biscotti come stelle anoressiche da cucire su ogni buco che rimbomba in assolo, una catasta di fori fra lo sterno e il cuore in cui la pioggia continua a cadere finché traborderà in onde malconce mentre stringi un'arancia e mimi una canzone.











