mercoledì, 25 marzo 2009,16:48

"Lavender Mist" [1950] by Jackson Pollock.

Nel momento in cui l’artista decide di staccarsi dalla sua opera donandola a un pubblico, l’esito creativo si modifica e ridefinisce. Diventa da personale a pubblico e, come tale, si allontana dalle intenzioni e dalle stanze simboliche in cui è maturato per assumere la trasformazione che lo spettatore-attivo/pubblico ricreatore decide di donargli. Uno degli sbarramenti a mio avviso più forti nell’avvicinare il lettore alla poesia è la convinzione che questa debba essere capita e la paura di non essere in grado di entrare nel complesso sistema di simboli, oggetti, mondi di significato in cui è nata.
Il problema potrebbe essere scardinato sul nascere adottando la convinzione che in effetti la comprensione dell’opera d’arte è impossibile. Questo non vuol dire che non esiste un senso quanto piuttosto che l’oggettività può difficilmente essere applicata all’ingegno: nel momento in cui ”un pubblico” si avvicina a un’ opera d’arte non solo è legittimato a farlo senza timore ma anzi entra a far parte di un universo creativo che rompe, confonde le barriera fra autore e spettatore e quest’ultimo diventa compartecipe di una nuova creazione. L’opera d’arte si ridefinisce nel mondo.
Penso, ed è forse il mio unico pensiero radicale, che non ci sia un senso dato in nessuna espressione artistica, non un senso almeno di cui può avvalersi il lettore/pubblico per capire il reale intento del poeta/pittore/musicista. Neanche nelle poesie dove apparentemente il linguaggio del mittente e del ricevente sono codificati da una cultura/microcosmo/abitudine lessicale simile o identica il lettore può davvero sapere cosa “significa” (termine orribile) una poesia. Semplicemente perché non ne è l’autore. Può invece ricreare un senso ed è un gesto che lo compartecipa nella creazione artistica originaria.

“…Il significato dell’arte per come viene percepito dallo spettatore, non dall’artista.
Le idee dell’artista non sono fondamentali per l’opera così come viene vista dallo spettatore.
Lo spettatore è un artista, nel senso che concepisce un certo percorso, che è unicamente suo.
La sua stessa immaginazione determina che cos’è, cosa significa.
Lo spettatore non deve essere preso in considerazione durante la realizzazione dell’opera, ma non gli va detto, dopo, cosa pensare o come intenderla o quello che significa. Non c’è bisogno di definizione…
…Il suo scopo, il suo significato è quello di comunicare emozioni, di qualsiasi tipo. Quale sia questa emozione o come venga percepita dipende dallo spettatore. Dovrebbe poter guardare l’arte e reagire senza chiedersi se la “capisce”. Non vuole essere capita! Chi mai “capisce” l’arte? Se l’arte è così facilmente definita allora esiste solo per quelli che la “capiscono” e tutti gli altri le sono indifferenti.
Definire la mia arte equivale a distruggerne lo scopo. L’unica definizione legittima è la “definizione individuale”, l’interpretazione individuale, un’unica risposta personale che può solo essere considerata in quanto opinione…”

Da “Diari” di Keith Haring

e ancora

“Cosa cova veramente sotto la convinzione che una poesia si capisce o non si capisce? Credo vi siano svariate risposte.
La prima è la più semplice. Infatti è possibile che non ci sia proprio niente da capire. Che la poesia, cioè, non abbia un tema, un messaggio, un contenuto. Anche quando si ascolta una sonata per pianoforte non ci si chiede cosa “significa”. Si può stare ad ascoltarla, si può sprofondare, nei suoni si può se si desidera, leggere le note e comprendere come è strutturata: ma non si farà molta strada cercando di verificarne “il messaggio generale e i nessi logico-causali.”

Da “Che noia la poesia” di H.M.Enzensberger e A. Berardinelli

Ricostruire un insieme di simboli intercalandoli nel proprio vissuto è un atto creativo che ha lo stesso vigore/valore del gesto originario e che consente all’arte di non essere statica ma di rivivere continuamente colorandosi di nuove interpretazioni.

Articolo pubblicato sul blog  "ViaDelleBelleDonne" il 18 marzo 2009.

mercoledì, 11 marzo 2009,17:47
8 marzo o del ventre infertile (ad Antonia, Amelia, Marina, Sylvia e a tutte le senza nome)

Legarono le corde vocali fuori dal giardino dove elencava le campanelle - belle -
il badante pensò di farla internare la prima volta che la Suicida non volle stenografare.
Crisi uterina. Pianse per l'utero sua madre.

Uccise la bambina per esubero di popolazione

/il re sarebbe morto senza un erede, la colpevole ghigliottinata per ventre infertile
- scuoiato crudo infertile - /.

Bambine care lo spazio è bianco per il vostro nome
fra un "o" e l'altra Sylvia si uccide
urgeva l'intermittenza nei suoi occhi

di farsi gridare

/Eppure non mancava la compiacenza che si offre a un animale/.

Domestica è elencare le campanelle - belle - signore per questo un filo di voce lascia bisbigliare
nella latitudine concessa del cortile resto incinta di parole.
Scoppiavo senza partorire, quel giorno l'ostretico pensava al ciliegio da potare
diranno che muore per l'innamorato incollato a cuore
dirò "per essere sono dovuta crepare".
by Ellerslie | commenti | commenti (popup)
Link | categoria:manifesto neo femminista
t